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Recensione Crouching Tiger, Hidden Dragon

Film: Crouching Tiger, Hidden Dragon (2000).

Voto: 9/10.

Regia: Ang Lee.

Cast: Chow Yun-fat, Michelle Yeoh, Zhang Ziyi

Lingua: Cinese

“Fighters have rules, too. Friendship, trust, integrity. Always keep your promise.”


Negli ultimi tempi ho iniziato ad apprezzare molto di più il cinema orientale rispetto a quello occidentale, e questo film, tradotto malamente con “La Tigre e il Dragone” in italiano, ha contribuito a questo apprezzamento. La padronanza del colore (che vedremo espressa al massimo in “Hero”), le delicate coreografie di lotta che prenderà poi in prestito “Matrix”, la versatilità del maestro Ang Lee, che è riuscito a passare con facilità dal dirigere “Ragione e Sentimento” a creare questo capolavoro del genere wuxia. Insomma, “Crouching Tiger, Hidden Dragon” è una pietra miliare del cinema, su cui si sono basati i registi degli ultimi 20 anni.

Il film è tratto dal libro omonimo, che non era tuttavia il primo della saga. Incontriamo infatti i nostri protagonisti, Li Mun Bai e Shu Lien (rispettivamente interpretati da Cow Yun-fat e Michelle Yeoh) già “cresciuti”, con un background che noi non conosciamo. Ma il personaggio che ci interessa è Jen Yu (Zhang Ziyi), che farà sollevare un polverone in quanto principessa, ma anche combattente di arti marziali in incognito. Tra combattimenti mozzafiato e storie d’amore avvincenti, Li e Shu cercheranno di riportare la situazione alla normalità.

Ci sono tanti elementi di questo film che meritano attenzione, ma quello che mi ha colpito più di tutti sono state proprio le coreografie, perché erano diverse da quelle a cui sono abituata dai tipici film d’azioni occidentali, tutti pugni ed esplosioni, eppure in un modo o nell’altro funzionano. Io amo la computer grafica (CGI), ma quella fatta bene, non solo dal punto di vista grafico ma anche fisico: le simulazioni fisiche devono essere precise, o rischiano di farci ricordare che ciò che stiamo guardando non è reale. Quindi le lotte “in volo” di questo film avrebbero dovuto subito portarmi a distogliere lo sguardo, invece è successo l’opposto: questo mix perfetto di cavi (e quindi azioni fisiche performate nella realtà) e CGI (i cavi cancellati dallo sfondo, il motion blur ecc…) ha tenuto il mio sguardo incollato allo schermo. Questo perché il film è riuscito a farmi dimenticare tutto della realtà, delle formule fisiche come Fp=mxg, ed è riuscito a farmi credere per 2 ore che gli esseri umani potessero volteggiare come eleganti colibrì. Non so a cosa ciò sia dovuto, forse come detto prima, alla tecnica dietro gli effetti, o forse semplicemente alla regia di Ang Lee, fatto sta che io, la persona più scettica del mondo quando si arriva ad effetti speciali, sono stata illusa ed ipnotizzata per due ore, il che basta per dare a questo film una medaglia d’oro.

Dopo aver esplicato il perché del mio apprezzamento degli effetti speciali, non si può che passare alla regia, di Ang Lee, artista che ha dato prova del suo talento in più di una situazione. “Crouching Tiger, Hidden Dragon” per me avrebbe dovuto vincere l’Oscar al Miglior Film, due decenni prima di “Parasite”. Questo perché è un film equilibrato, ma anche poetico: partiamo da titolo, che come ho detto prima non è stato reso adeguatamente in italiano, poiché nel cinese originale ha un doppio significato, che ha a che fare con i talenti nascosti. Il film ci è quindi già introdotto in maniera chiara. Poi con l’intro che si sofferma di più sulla relazione tra Li e Shu il film sembra prendere un’altra piega, ma alla fine capiamo che non è così, poiché per quanto i temi del film possano sembrare la lotta, il talento, l’onore e il rispetto, quello vero, trattato in profondità, è l’amore. Questo lo comprendiamo solo dopo la visione completa del film, quando riusciamo a connettere i vari momenti, da quello dell’intro a quello drammatico del finale. Parlando poi di bellezza oggettiva, Lee fa delle inquadrature stupende, certamente grazie al suo direttore della fotografia, ma anche grazie alle sue abilità tecniche: a metà film è presente un “frame within the frame” che riesco tutt’ora a rivedere nella mia mente, poiché superbamente organizzato con linee di forza, colore e inquadrature.

Anche se non siete amanti di film storici o sui samurai, vi prego di vedere questo film: non trasmette certamente la stessa cultura di “7 samurai”, poiché per quanto Lee si impegnasse era comunque influenzato dall’Occidente, ma porta in ogni caso una ventata di aria fresca in una sala di cinema con un odore restio di USA. Questo film dà un nuovo punto di vista non solo sul cinema, ma anche tu temi comuni a noi tutti, quali la libertà, il tempo e l’amore.

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